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Umberto Palma, guida autorevole di una Sicilia che pensa, crea e costruisce

E’ presidente dell’Accademia di Sicilia, voce dell’intelligenza, dell’arte, della cultura e delle scienze dell’Isola

Ci sono istituzioni che attraversano la storia e altre che contribuiscono a scriverla. Ci sono realtà culturali che si limitano a custodire il sapere e altre che, attraverso il sapere, riescono a dare un significato più alto alla vita di una comunità. L’Accademia di Sicilia appartiene, per storia, vocazione e impegno, a questa seconda dimensione. E non temo di affermare, assumendomi pienamente la responsabilità di questo giudizio, che essa rappresenti oggi una realtà unica nel suo genere, capace di riunire sotto un medesimo ideale l’intelligenza, la filosofia, la letteratura, l’arte, la ricerca scientifica, il pensiero giuridico, la creatività e le più alte espressioni culturali della nostra Sicilia. Non perché altre istituzioni non posseggano meriti e prestigio, ma perché l’Accademia di Sicilia ha saputo costruire un’identità profondamente interdisciplinare, un patrimonio di relazioni e una comunità di intelligenze che fanno del confronto tra i saperi la ragione stessa della propria esistenza. L’Accademia di Sicilia non è semplicemente un luogo nel quale si celebra la cultura. È una delle sue espressioni più vive, più riconoscibili e più rappresentative nel territorio siciliano. È un’istituzione che merita rispetto non per la solennità della propria denominazione, ma per la capacità di dare voce a quella Sicilia che studia, ricerca, scrive, crea, educa, interpreta, sperimenta e costruisce. Una Sicilia che non si arrende, che non si accontenta di ricordare il proprio passato e che continua a trovare nelle sue straordinarie eredità storiche, filosofiche, letterarie, scientifiche e artistiche la forza per immaginare il futuro. In questa visione riconosco soprattutto il lavoro e la guida del professor Umberto Palma, Presidente dell’Accademia di Sicilia, uomo di cultura, riferimento autorevole e interprete di una concezione del sapere che non si esaurisce nella dimensione accademica, ma incontra la società, le sue esigenze, le sue trasformazioni e le sue aspirazioni. Umberto Palma rappresenta, ai miei occhi, una di quelle personalità che non hanno bisogno di proclamare la propria autorevolezza perché la rendono riconoscibile attraverso il lavoro, la coerenza, la sensibilità e la continuità dell’impegno. La sua è un’autorevolezza che si manifesta nella capacità di tenere insieme persone e competenze differenti, di valorizzare il merito, di promuovere collaborazioni e di riconoscere che nessuna forma del sapere possa considerarsi autosufficiente. Umberto Palma è un punto di riferimento della cultura siciliana perché conosce il valore delle radici, ma soprattutto perché comprende che il compito di un’istituzione culturale non è contemplare la propria storia: è continuare a produrla. È questa la grandezza di una guida intellettuale. Non occupare una posizione, ma attribuirle significato. Non esercitare una funzione per affermare sé stessi, ma utilizzare quella funzione per dare valore alle persone e alle idee. Non costruire attorno alla propria figura un sistema di riconoscimenti, ma contribuire a edificare una comunità capace di riconoscersi in valori condivisi. Ed è proprio qui che emerge la distanza tra chi interpreta autenticamente la cultura e chi pretende di utilizzarla come strumento di autoaffermazione. C’è infatti una forma di povertà intellettuale più insidiosa dell’ignoranza: quella di chi, convinto di possedere il monopolio del sapere, si attribuisce il diritto di stabilire chi sia degno di appartenere al mondo della cultura e chi, invece, debba esserne escluso. Una pretesa che rivela una contraddizione profonda, perché la cultura autentica non nasce dall’arroganza della superiorità, ma dalla consapevolezza della complessità del conoscere. Platone, nel settimo libro della “Repubblica”, attraverso il mito della caverna, ci ha consegnato una rappresentazione straordinaria della distanza tra le ombre e la verità. Non tutto ciò che appare possiede la consistenza dell’essere. Non ogni voce che pretende di illuminare gli altri ha davvero compiuto il cammino verso la conoscenza. E non basta proclamarsi intellettuali per esserlo. Il sapere richiede fatica, disciplina, dubbio, responsabilità e soprattutto la capacità di riconoscere quanto ancora rimanga da comprendere. È una lezione che ritrovo nell’identità dell’Accademia di Sicilia, dove discipline e competenze differenti possono incontrarsi senza essere costrette a competere per una presunta supremazia. La scienza non esclude la filosofia, la filosofia non mortifica la letteratura, la letteratura non si contrappone all’arte, il diritto non è estraneo all’etica e la musica non rappresenta un universo separato dalla storia. Al contrario, ciascuna disciplina arricchisce l’altra. È proprio questa la singolarità dell’Accademia di Sicilia: rappresentare una comunità nella quale le molteplici espressioni dell’intelligenza siciliana possono riconoscersi parte di un medesimo patrimonio culturale. Un patrimonio che non appartiene a un singolo accademico, a un presidente, a un dipartimento o a una generazione, ma alla comunità che lo custodisce e lo rinnova. Per questo non riesco a concepire che il valore di un’istituzione culturale possa essere messo in discussione attraverso personalismi, rivalità o giudizi pronunciati con la presunzione di possedere una superiore legittimazione intellettuale. Le istituzioni si possono criticare, naturalmente. Anzi, la critica seria, documentata e argomentata costituisce una componente indispensabile della vita culturale. Ma altra cosa è il confronto sulle idee, altra cosa è la volontà di screditare persone e istituzioni. La critica appartiene alla cultura; la denigrazione ne tradisce l’essenza. Aristotele, nell’”Etica Nicomachea”, attribuisce all’amicizia fondata sulla virtù un valore centrale nelle relazioni umane. La “philia” non rappresenta una convenienza occasionale, ma il riconoscimento reciproco del bene. E quale bene potrebbe mai nascere dal tentativo di sminuire il lavoro altrui? Quale contributo alla conoscenza può derivare dalla volontà di trasformare il dissenso in ostilità personale? Quale autentico uomo di cultura può pensare di accrescere la propria statura intellettuale attraverso la diminuzione di quella degli altri? L’Accademia di Sicilia risponde a queste domande attraverso la propria vocazione: costruire relazioni, promuovere il merito, valorizzare le professionalità, creare occasioni di incontro e riconoscere nel sapere uno strumento di partecipazione. È questa la funzione che la rende preziosa per il nostro territorio. Una funzione che acquista ancora maggiore importanza in una Sicilia nella quale la ricchezza del patrimonio culturale convive con difficoltà sociali, economiche e generazionali che richiedono impegno, responsabilità e capacità di progettazione. La Sicilia ha bisogno della sua Accademia, ha bisogno della sua intelligenza collettiva, ha bisogno di istituzioni che sappiano mettere in comunicazione il mondo della cultura con quello della scuola, della ricerca, delle professioni e della società civile. Cicerone, nel “De officiis”, richiamando Platone, scrive “Non nobis solum nati sumus”: non siamo nati soltanto per noi stessi. Una lezione che dovrebbe rappresentare il fondamento morale di ogni istituzione culturale. Il sapere non è una proprietà privata, un privilegio da custodire gelosamente, un titolo attraverso il quale rivendicare distanze sociali. Il sapere è responsabilità. È servizio. È capacità di mettere ciò che si conosce a disposizione di chi può trarne beneficio. In questo senso l’Accademia di Sicilia manifesta una vocazione che considero particolarmente significativa: riconoscere il valore delle persone non per costruire gerarchie dell’apparenza, ma per contribuire alla crescita di un patrimonio collettivo. La recente apertura del XXXI Anno Accademico e la VII Edizione del Premio Internazionale Morgantina ne hanno offerto una testimonianza concreta. L’incontro tra la fotografia e la riflessione antropologica, tra la produzione letteraria e la ricerca scientifica, tra le nuove investiture accademiche e il riconoscimento di esperienze artistiche e sociali ha restituito l’immagine di un’istituzione capace di interpretare la cultura nella sua dimensione più ampia. Il riconoscimento conferito a Marco Betta, sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, e a fra Mauro Billetta, protagonista di un importante impegno sociale nel quartiere Danisinni, rappresenta un esempio particolarmente eloquente. Da una parte, la musica, la creazione artistica, la continuità di una grande tradizione culturale; dall’altra, la solidarietà, la rigenerazione sociale, la dignità della persona e la capacità di trasformare le difficoltà in opportunità di rinascita. Due esperienze differenti che l’Accademia di Sicilia ha saputo ricondurre a una visione comune: il valore dell’impegno umano e della responsabilità verso gli altri. Non è questo, forse, il significato più alto della cultura? Non è questa la sua capacità di trasformarsi in un bene concretamente riconoscibile nella vita di una comunità? L’Accademia di Sicilia dimostra così che la cultura non si esaurisce nella produzione intellettuale: diventa arte, scienza, solidarietà, tutela della memoria, educazione e servizio al territorio. È un merito che non può essere oscurato dalle polemiche occasionali, perché appartiene alla sostanza delle iniziative e alla continuità di un impegno che attraversa oltre tre decenni di storia. Antonio Gramsci, nei “Quaderni del carcere”, ha affrontato il rapporto tra intellettuali e società, mostrando quanto sia importante comprendere la funzione concreta esercitata dal pensiero nella vita collettiva. È una riflessione che considero essenziale anche per valutare il ruolo delle istituzioni culturali contemporanee. Il valore di un intellettuale non risiede soltanto nella quantità delle conoscenze possedute, ma nella capacità di metterle in relazione con il proprio tempo. Ecco perché ritengo che l’Accademia di Sicilia costituisca una realtà di straordinaria rilevanza: attraverso la pluralità dei dipartimenti e delle professionalità coinvolte, può contribuire alla formazione di una coscienza culturale capace di comprendere la complessità del presente senza recidere le proprie radici. Umberto Palma ha saputo riconoscere e valorizzare questa vocazione, interpretando la presidenza come una responsabilità culturale e umana, prima ancora che istituzionale. Una responsabilità che non si esercita da soli e che trova una delle sue espressioni più significative nel lavoro della professoressa Maria Patrizia Allotta, Presidente del Senato Accademico dell’Accademia di Sicilia, docente di Filosofia, donna di cultura e presenza instancabile nella vita dell’istituzione. La sua disponibilità, la puntualità, la sensibilità e la dedizione rappresentano qualità preziose per un’organizzazione che vive della collaborazione tra persone. Patrizia Allotta non interpreta l’appartenenza accademica come un elemento puramente formale, ma come un impegno concreto. È sempre presente quando occorre costruire, organizzare, coordinare, sostenere e accompagnare le attività culturali. In lei riconosco una concezione del servizio che appartiene alla parte migliore della nostra tradizione intellettuale: quella che non separa il pensiero dall’azione, la competenza dalla generosità e la responsabilità dalla disponibilità. Accanto a Umberto Palma e Maria Patrizia Allotta operano i responsabili dei dipartimenti, gli accademici, i collaboratori e quanti contribuiscono quotidianamente alla realizzazione dei progetti. Ed è indispensabile ribadirlo: la grandezza dell’Accademia di Sicilia non risiede in un individualismo autoreferenziale, ma nella capacità di trasformare tante intelligenze in una comunità culturale riconoscibile, autorevole e operosa. Nessuna istituzione può essere identificata esclusivamente con una singola persona. Ma esistono guide che riescono a dare coerenza, continuità e prospettiva a una comunità. E Umberto Palma rappresenta, a mio giudizio, proprio questa figura: un uomo capace di comprendere che il prestigio istituzionale acquista valore quando si traduce nella valorizzazione degli altri. Il suo ruolo non si misura attraverso la distanza che potrebbe separarlo dagli accademici, ma attraverso la capacità di riconoscerne il contributo e di promuovere una partecipazione fondata sulla stima e sulla responsabilità. È questo il motivo per cui considero la sua figura un riferimento autorevole per il mondo culturale siciliano. E non è un’affermazione di circostanza, né un omaggio dettato da opportunità personali. È il riconoscimento di una concezione della cultura che condivido profondamente. Hannah Arendt, nella sua riflessione sulla condizione umana, ha attribuito un ruolo fondamentale alla pluralità e allo spazio delle relazioni. Nessuno costruisce da solo il mondo comune. Nessuno può considerarsi misura esclusiva dell’intelligenza e della verità. È proprio attraverso l’incontro tra persone differenti che l’azione acquista significato. Ed è esattamente questa dimensione che ritrovo nella missione dell’Accademia di Sicilia: una pluralità di voci e competenze che non dovrebbe essere percepita come una minaccia alla propria centralità, ma come la più grande ricchezza dell’istituzione. Chi teme il valore degli altri dimostra di non avere ancora compreso il significato della cultura. Chi riconosce il merito altrui, invece, contribuisce ad accrescere il patrimonio comune. E allora occorre distinguere nettamente l’autorevolezza dall’autoproclamazione. Un uomo di cultura non è tale perché si definisce intellettuale, ma perché la qualità del suo pensiero, la coerenza delle sue azioni e il riconoscimento della comunità restituiscono significato al suo impegno. Non è sufficiente frequentare ambienti culturali, esibire titoli o utilizzare un linguaggio ricercato. Occorre possedere quella sensibilità che impedisce di trasformare il sapere in uno strumento di mortificazione dell’altro. Pirandello, in “Uno, nessuno e centomila”, ha mostrato con straordinaria profondità quanto possa essere fragile l’immagine che ciascuno costruisce di sé e quanto possa risultare ingannevole la pretesa di identificare la propria persona con una rappresentazione immutabile. È una lezione che conserva una sorprendente attualità, soprattutto in un tempo nel quale l’apparenza tende troppo spesso a sostituirsi alla sostanza. Ma l’apparenza non costruisce istituzioni. Non promuove la ricerca scientifica. Non sostiene la letteratura. Non genera arte. Non educa le nuove generazioni. Non contribuisce, da sola, alla crescita di una comunità. L’Accademia di Sicilia, invece, è chiamata a fare esattamente questo: trasformare il pensiero in iniziativa, la conoscenza in relazione, il talento in opportunità e il patrimonio culturale in una risorsa per il futuro dell’Isola. È questa la misura sulla quale deve essere valutata. Non sulle polemiche, non sulle rivalità, non sui giudizi di chi pretende di distribuire patenti di superiorità intellettuale, ma sulla qualità delle esperienze, sulla continuità dell’impegno e sulla capacità di incidere nella vita culturale siciliana. Giacomo Leopardi, nella “Ginestra”, ci consegna un’altra lezione fondamentale, indicando nella “social catena” la possibilità che gli uomini riconoscano la propria fragilità e costruiscano forme di solidarietà. È una delle immagini più alte della nostra tradizione letteraria. La consapevolezza dei limiti umani dovrebbe avvicinare le persone, non spingerle a combattersi per affermare una presunta superiorità. E allora mi domando quale senso possa avere trasformare un’istituzione culturale in un terreno di contrapposizioni personali. Quale valore possa produrre chi si compiace del discredito altrui. Quale contributo alla crescita della Sicilia possa nascere da polemiche che non generano un solo progetto, una sola iniziativa, una sola occasione di conoscenza. Le idee si discutono, le scelte si possono contestare, le istituzioni possono e devono migliorare. Ma la critica intellettuale perde la propria dignità quando rinuncia all’argomentazione e si riduce alla volontà di svalutare. Non è la critica a indebolire la cultura. È l’incapacità di distinguere la critica dalla denigrazione. E per questa ragione considero necessario riaffermare, con particolare fermezza, che il valore dell’Accademia di Sicilia non può essere consegnato alla precarietà delle opinioni occasionali o alla fragilità di personalismi destinati a consumarsi. La sua storia merita rispetto. La sua funzione culturale merita riconoscimento. La sua comunità accademica merita attenzione. Il lavoro dei suoi dipartimenti merita di essere valorizzato. E la guida del professor Umberto Palma, insieme alla dedizione di Maria Patrizia Allotta e al contributo delle tante professionalità coinvolte, merita una valutazione fondata sui risultati e sull’impegno, non sul rumore delle contrapposizioni. La Sicilia possiede un’eredità culturale straordinaria. La filosofia greca, la tradizione latina, il pensiero arabo, l’esperienza normanna, la grande letteratura, la musica, le arti figurative, le scienze e le trasformazioni del pensiero contemporaneo costituiscono un patrimonio che continua a chiedere interpreti, studiosi e istituzioni capaci di renderlo vivo. L’Accademia di Sicilia è, nella mia convinzione, una delle espressioni più complete e una realtà unica per la capacità di raccogliere questa pluralità di eredità e proiettarla in una comunità culturale contemporanea. È qui che si manifesta la sua vera forza. È qui che emerge la sua autorevolezza. È qui che il lavoro di Umberto Palma assume una dimensione che supera il ruolo istituzionale per diventare riferimento culturale. Perché guidare un’Accademia significa custodire un patrimonio, ma anche assumersi la responsabilità di non lasciarlo immobile. Significa riconoscere il valore della memoria senza trasformarla in nostalgia. Significa guardare al futuro senza dimenticare le radici. Significa valorizzare chi ha costruito e offrire spazio a chi continuerà a costruire. L’Accademia di Sicilia ha bisogno di questa continuità, di questa capacità di dialogo e di questa autorevolezza. E la Sicilia ha bisogno di istituzioni culturali capaci di promuovere il sapere come patrimonio comune, di dare valore alla ricerca, di sostenere le arti, di riconoscere la dignità della letteratura e di accompagnare la crescita delle nuove generazioni. Per questo il mio sostegno all’Accademia di Sicilia è convinto, pubblico e profondamente motivato. È il sostegno a un’idea di cultura che non cerca il consenso attraverso la contrapposizione, ma attraverso il lavoro; che non confonde il prestigio con l’ostentazione; che non pretende di imporre la propria superiorità, ma dimostra la propria autorevolezza attraverso la continuità dell’impegno. È il sostegno a Umberto Palma, alla sua visione e alla sua capacità di rappresentare una guida intellettuale credibile. È il sostegno a Maria Patrizia Allotta, alla sua generosità e alla sua straordinaria dedizione. È il sostegno a un’intera comunità di studiosi, artisti, letterati, scienziati e professionisti che continuano a rendere concreta la missione dell’Accademia. Le polemiche passano. Le parole pronunciate soltanto per colpire si consumano. Le rivalità personali perdono significato quando vengono confrontate con la durata della storia. Ciò che rimane è il lavoro. Rimangono le opere. Rimangono le conoscenze trasmesse, le persone valorizzate, le iniziative realizzate, i rapporti costruiti e il patrimonio culturale consegnato alle generazioni successive. L’Accademia di Sicilia rappresenta tutto questo: non un semplice contenitore di titoli e riconoscimenti, ma una comunità nella quale l’intelligenza siciliana può trovare espressione, dignità, visibilità e nuove possibilità di crescita. Ed è questa la ragione per cui il suo valore deve essere continuamente riconosciuto e difeso. La cultura autentica non ha bisogno di giudici improvvisati, di presunte superiorità o di proclamazioni autoreferenziali. Ha bisogno di persone che sappiano costruire. Di studiosi che conoscano il valore del dubbio. Di artisti capaci di trasmettere emozioni. Di intellettuali che riconoscano la dignità degli altri. Di guide che sappiano trasformare una comunità di competenze in un progetto condiviso. Umberto Palma è, per me, una di queste guide. L’Accademia di Sicilia è una di queste grandi esperienze collettive. E non saranno le polemiche a sottrarre valore a ciò che trentuno anni di impegno culturale hanno contribuito a costruire. Alla fine sarà il tempo a distinguere la consistenza delle opere dalla fragilità delle apparenze. Perché chi vive soltanto per apparire rischia di dissolversi come neve al primo raggio di sole, mentre chi costruisce cultura lascia tracce che continuano a vivere attraverso le persone, le idee e le istituzioni. L’autorevolezza non si pretende. Si conquista. La cultura non si ostenta. Si vive. La grandezza non si misura dalla capacità di sminuire gli altri, ma dalla forza di farli crescere. Ed è proprio per questo che considero l’Accademia di Sicilia un patrimonio prezioso della nostra Isola: perché rappresenta una cultura che non si limita a esistere, ma continua a produrre pensiero, arte, ricerca, relazioni e futuro. Una cultura che ha in Umberto Palma un riferimento autorevole, in Maria Patrizia Allotta una presenza instancabile e nell’intera comunità accademica la forza di una Sicilia che non smette di pensare, di creare e di costruire.

Antonio Fundarò

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