Lo spiega il responsabile della Radioterapia in Humanitas Gavazzeni e professore associato in Humanitas University.
Venticinque sedute venticinque anni fa, cinque oggi. Il percorso di radioterapia dopo l’intervento al seno si è accorciato di cinque volte e la ricerca lavora per ridurlo ancora. Il tumore della mammella interessa una donna su nove nel corso della vita e la radioterapia, che dopo la chirurgia abbassa il rischio di recidiva, ha cambiato volto: le radiazioni ad alta energia colpiscono, per ucciderle, le cellule tumorali residue con una precisione sempre più accurata. Il percorso comincia con la visita radioterapica e con una TC di simulazione, che serve a definire il piano di cura radioterapico personalizzato. Ogni seduta dura circa 15-20 minuti, non provoca dolore e non lascia radioattività. Gli effetti collaterali acuti, come il rossore cutaneo simile a una scottatura ed il senso di fatigue o stanchezza, si risolvono, generalmente, poco dopo il termine del ciclo di sedute.
«La radioterapia per la cura del tumore mammario, come per altri tumori solidi, si sta orientando verso un importante percorso di personalizzazione», spiega il prof. Rosario Mazzola, Responsabile della Radioterapia in Humanitas Gavazzeni e professore Associato in Humanitas University. «Oggi parliamo di intensificazione e di de-intensificazione della cura radioterapica sulla base del profilo di rischio della malattia mammaria e tenendo in considerazione le caratteristiche cliniche specifiche di ogni paziente. Il concetto di deintensificazione è probabilmente l’approccio più innovativo, in quanto è riferito alla riduzione del numero di sedute erogabili, ma anche ad una minor coinvolgimento di aree anatomiche da irradiare precauzionalmente dopo l’intervento chirurgico di escissione del tumore. In meno di un quarto di secolo, le sedute di radioterapia necessarie sono passate da 25 a 5, con la stessa efficacia oncologica, tollerabilità e un concreto vantaggio logistico per le pazienti.
Il cuore di questa evoluzione è l’ipofrazionamento: la stessa dose efficace viene erogata in meno frazioni, mentre tecniche moderne come la radioterapia a intensità modulata concentrano il fascio sul bersaglio e risparmiano gli organi sani limitrofi, soprattutto polmoni e cuore. «Diversi studi hanno dimostrato che, in pazienti selezionate, si può ricorrere alla cosiddetta Partial Breast Irradiation o irradiazione parziale della ghiandola mammaria nell’ambito di una logistica che prevede solamente 5 applicazioni di radiazioni mirate, senza che il trattamento perda di efficacia. Rappresenta una soluzione di cura che condividiamo all’interno del team multidisciplinare della Breast Unit in Humanitas Gavazzeni e che consiste nell’irradiazione del letto chirurgico definito accuratamente dai nostri chirurghi senologi in sede operatoria», precisa Mazzola. Irradiare meno tessuto ghiandolare riduce gli effetti collaterali a parità di efficacia, come mostrano gli studi clinici condotti su questo approccio.
«In pratica clinica, stiamo assistendo ad un sensibile miglioramento della diagnostica precoce ed aspettativa di vita. Pertanto, è doveroso in ambito radioncologico prestare massima attenzione a garantire un’elevata qualità della vita e a minimizzare gli effetti avversi radioindotti a lungo termine. In epoca moderna, ricorriamo, sempre più spesso, a trattamenti accurati come la breath-hold irradiation o radioterapia erogata in inspirazione profonda, una tecnica che sfrutta la pausa del respiro della paziente e che ha l’obiettivo di minimizzare ulteriormente il coinvolgimento del cuore alle basse dosi di radiazioni ionizzanti e, quindi, di ridurre la potenziale tossicità cardiaca a lungo termine. Tale approccio si è dimostrato moto utile nelle pazienti affette da carcinoma mammario sinistro che hanno buona aderenza alla procedura tecnica. Anche questa tecnica è disponibile presso la Radioterapia di Humanitas Gavazzeni». Con il respiro trattenuto il cuore si allontana dalla parete toracica e riceve meno dose.
«Far parte del Gruppo Humanitas ci dà poi accesso alle cure migliori anche nei casi in cui è necessario valutare una reirradiazione della stessa ghiandola mammaria dopo diversi anni da un precedente ciclo di radioterapia ed in presenza di una recidiva locale operata. Grazie alla protonterapia, ad esempio, possiamo intervenire con minore nocività e invasività, evitando la mastectomia radicale. Una pratica resa possibile grazie alla collaborazione con tutte le unità di radioterapia del Gruppo», sottolinea lo specialista. La protonterapia usa i protoni al posto dei raggi X e rilascia l’energia nel tumore, con pochissima dose nei tessuti vicini.
«Il nostro obiettivo per il futuro è semplice: ottenere il massimo risultato oncologico con il minimo impatto sulla vita quotidiana delle pazienti. Vogliamo garantire la stessa efficacia terapeutica riducendo drasticamente il numero di sedute – fino a un unico trattamento – mantenendo invariati i risultati e l’ottima tollerabilità della cura» conclude Mazzola. Una strada che porta a cure più brevi e a misura di ogni donna.




