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Scoprendo la Cina, un viaggio tra imperi, natura e tecnologia

Foto/reportage di Chiara Morici

Fin da quando ero piccola mio papà mi ha parlato della Cina e del popolo cinese,

stimolando in me una certa curiosità di saperne di più. Lui infatti negli anni ‘80 fu

invitato all’ Ambasciata cinese di Roma per la loro Festa del lavoro, non perchè fosse un

diplomatico ma perchè in quegli anni aveva promosso e condotto un importante

accordo internazionale di cooperazione sulla sicurezza e la protezione sanitaria degli

impianti nucleari tra l’Ente governativo di controllo italiano e il rispettivo cinese. Già in

quegli anni lontani mio padre aveva occasione di approfondire le possenti prerogative

di un popolo con un patrimonio culturale immenso e me ne parlava con un certo

entusiasmo, destando in me, crescendo, la voglia di andare a toccare con mano quella

realtà complessa e multietnica, che in questi ultimi decenni suscita prodigioso stupore.

E finalmente il mio sogno si è avverato…

La Cina non è un luogo che si lascia ridurre a una sola immagine, è un insieme

armonico di mondi che convivono. Un equilibrio continuo tra eredità imperiale, natura

e modernità, tra estetica curata nei minimi dettagli e un pragmatismo concreto che si

percepisce ovunque. È un viaggio che non si limita a cambiare i paesaggi, ma amplia lo

sguardo, accompagnandoti tappa dopo tappa dentro una realtà complessa e coerente.

Questa sensazione emerge fin dal primo momento, già all’arrivo. Gli aeroporti sono il

primo segnale: il Beijing Daxing International Airport, inaugurato nel 2019, è uno dei

più grandi al mondo, con una struttura avveniristica a forma di stella marina che

colpisce per efficienza e disposizione architettonica.

La metropolitana di Pechino è un altro esempio di innovazione: Beijing Subway conta

oltre 25 linee e più di 800 km di rete, estendendosi in modo capillare e rendendo

immediatamente evidente una città che funziona con precisione e ritmo.

E basta poco per cambiare dimensione, tutto rallenta. Il primo vero incontro con questa

Cina più silenziosa e senza tempo è nel Palazzo d’Estate di Pechino, dove il celebre

Lungo Corridoio accompagna il passo per 728 metri di legno dipinto, tra oltre 14.000

decorazioni tutte diverse, in una sequenza infinita di dettagli. Scene di battaglie,

paesaggi, racconti mitologici, ogni trave è una storia. I colori sono intensi, vivi, quasi

ipnotici. È considerato un capolavoro dell’architettura paesaggistica cinese e una delle

passerelle più lunghe e decorate del mondo.

Davanti al Lago Kunming mi fermo. Silenzio. Provo a immaginare la vita degli

imperatori: lenta, rituale, protetta, sospesa tra contemplazione e potere, tra ritualità e

bellezza costruita.

Poi arriva la Città Proibita. E lì capisco davvero cosa significa “grandezza”. Avanzi e

sembra non finire mai. Le sale del potere, i troni, le geometrie perfette, tutto comunica

autorità. E allo stesso tempo distanza. Quasi 9.000 stanze, piazze che si susseguonocome scatole cinesi,

porte monumentali e palazzi cerimoniali.

La Sala dell’Armonia Suprema, con il trono imperiale, è il cuore simbolico di un mondo chiuso per secoli.

Tutto è simmetria, ordine, controllo. Tutto è grande, quasi disorientante.

Salendo al Parco Jingshan, la prospettiva cambia: dall’alto, la Città Proibita si svela in

tutta la sua perfezione geometrica. Una distesa di tetti dorati che raccontano secoli di

storia.

La sera, tavola imbandita e protagonista assoluta, l’Anatra alla pechinese. Croccante,

saporita, servita con rituale. Un’icona che non delude.

Il giorno dopo, si cammina sulla storia. La Grande Muraglia cinese, nella sezione di

Mutianyu, è una prova fisica ed emotiva. Percorro circa 3 km tra salite e discese, fino a

tratti ripidissimi, quasi verticali. Il respiro si accorcia, le gambe tremano… ma quando

arrivi, la sensazione è di orgoglio. Presenza. Sei lì, su una delle meraviglie del mondo.

Questa muraglia non è solo difesa, é la prova concreta di quanto lontano può arrivare

la volontà umana.

Intorno, la primavera esplode: ciliegi, magnolie, peschi. Toni di

bianco, rosa e fucsia. Una bellezza delicata che contrasta con la forza della pietra.

A Xi’an, la storia diventa ancora più tangibile. Davanti all’Esercito di Terracotta resto in

silenzio. Oltre 8.000 statue, tutte diverse, ognuna con un volto unico, dettagliate nei

capelli, nelle mani, nelle armature. Un esercito pensato per proteggere l’imperatore

nell’aldilà. Vederle tutte insieme è quasi irreale. E intorno, una folla immensa,

prevalentemente cinese, che amplifica la sensazione di essere dentro qualcosa di

gigantesco.

Sulle mura antiche della città, in bicicletta, respiro ed osservo, da un lato i grattacieli

moderni, dall’altro le case basse e le strutture tradizionali. È come stare su una linea di

confine tra due mondi. E sotto, nei parchi, le persone praticano Tai Chi. Movimenti

lenti, precisi. Disciplina. Ancora una volta: controllo, ma anche equilibrio.

Poi il paesaggio cambia ancora. A Guilin, la natura prende il sopravvento. Il maltempo

modifica i piani, ma regala una sorpresa: grotte dove stalattiti e stalagmiti diventano

scenografie di cascate, animali, figure sacre grazie a giochi di luce e mapping. Un lavoro

minuzioso, quasi teatrale.

Nella gita in zattera sul fiume Li non c’è bisogno di aggiungere nulla. Le montagne ti

circondano, l’acqua scorre lenta, e per un attimo tutto si ferma. Navigare qui è come

entrare in un dipinto: montagne carsiche verdi, arrotondate, silenziose. La natura ti

avvolge, ti abbraccia. Tutto è pace.

La sera, lo spettacolo “Impressions of Liu Sanjie”, diretto da Zhang Yimou, trasforma il

paesaggio in teatro. Circa 800 performers, movimenti sincronizzati, luci, costumi,

musica. Racconta la vita delle minoranze locali, le tradizioni, i canti di corteggiamento.Le voci, a tratti acute e

potenti, accompagnano ogni movimento. È scenografico, intenso, quasi ipnotico.

A Longji, la salita tra le risaie è lenta ma costante. Arrivare in alto, tra terrazzamenti che

seguono le linee della montagna, dà una sensazione di conquista. Raggiungo gli 800

metri di altitudine, tra terrazzamenti che ricordano la schiena di un drago. Riso

ovunque, ma anche alberi come pini e bambù.

Si incontrano le minoranze Zhuang e ledonne Yao, famose per i loro capelli lunghissimi, mai tagliati,

raccolti in elaborati chignon che raccontano lo stato civile. Tradizioni lontane, affascinanti.

La visita alle piantagioni di tè con la raccolta vissuta in prima persona, completa

l’esperienza: verde, oolong, ginseng, nero, pu’er, bianco… e lo ammetto, un alleato

prezioso per ricaricare le energie durante gli spostamenti.

Infine Shanghai. L’impatto è immediato: velocità, tecnologia, dimensione. Oltre 24

milioni di abitanti, una metropoli immensa, che sembra muoversi a un ritmo proprio,

costante, inarrestabile.

A Shanghai il sistema aeroportuale è altrettanto impressionante. Il Shanghai Pudong

International Airport è uno degli hub più trafficati al mondo. Moderno, efficiente e

altamente tecnologico, con carrelli elettrici intelligenti dotati di schermo digitale con

informazioni utili sul terminal e punti di ricarica per smartphone, distributori

automatici evoluti che offrono un’ampia gamma di prodotti e avanzate poltrone

massaggianti pensate per rendere le attese più piacevoli e rilassanti.

È la stessa visione orientata all’innovazione che si ritrova anche nel cuore della

metropoli. Dalla Shanghai Tower, in 53 secondi, mi ritrovo al 118º piano e a 546 metri

d’altezza a guardare dall’alto una città infinita. Grattacieli ovunque. Una potenza visiva

impressionante. Eppure anche qui convivono due anime. Il Bund racconta il passato e

racconta la storia coloniale con edifici anni ’20 e ’30, mentre Pudong è il volto del

futuro. Nanjing Road è pura energia commerciale.

E poi, ancora una volta, il contrasto: il Giardino Yuyuan nella cittá vecchia dove tutto è

equilibrio. Roccia, acqua, vegetazione e architettura convivono in armonia, secondo i

principi del giardino classico cinese, dove questi elementi fondamentali vengono

combinati per ricreare in piccolo l’equilibrio del paesaggio naturale. Ogni elemento ha

un significato, ogni angolo è studiato.

La sera, la crociera sul fiume Huangpu regala una Shanghai illuminata, quasi irreale: luci

colorate, insegne al neon, pubblicità lampeggianti, che trasformano la città in una sorta

di luna park verticale, in cui ogni edificio diventa parte dello spettacolo.

Fuori Shanghai, Suzhou e Tongli rallentano il ritmo e mostrano una Cina più intima, la

“Venezia d’Oriente”, fatta di canali, giardini e silenzi. Anche sotto la pioggia, il fascino

resta intatto. A Suzhou, storicamente celebre per la produzione di seta tra le piùpregiate del paese,

passavano importanti rotte commerciali collegate al grande sistema

della Via della Seta. Da qui tessuti finissimi partivano verso i porti del delta dello

Yangtze e poi verso mercati lontani. Ancora oggi la città conserva l’eredità di quell’arte

raffinata che per secoli ha reso la seta cinese simbolo di lusso e prestigio.

Negli ultimi giorni, tra i quartieri della Concessione Francese e Tianzifang, mi immergo

nella vita quotidiana di Shanghai. E al People’s Park, osservo il cosiddetto “mercato

matrimoniale”: lungo i vialetti, centinaia di fogli in mostra. Sono i genitori a cercare il

partner ideale per i figli. Gli annunci sono essenziali e diretti: anno di nascita, altezza,

livello di istruzione, professione, reddito, città di provenienza e talvolta proprietà di una

casa. A volte compare anche una breve descrizione del carattere o delle aspettative. È

un sistema sorprendentemente pragmatico, quasi un “curriculum sentimentale”, che

riflette valori ancora radicati nella società. Un’immagine che colpisce e resta impressa.

Last but not least, la visita al museo di Shanghai é stata la perfetta conclusione del

viaggio e un’immersione straordinaria nella raffinatezza millenaria della Cina. Bronzi

antichi che raccontano oltre 3.000 anni di civiltà, giade scolpite con perfezione,

ceramiche e porcellane raffinate, calligrafia e pittura dove gesto e disciplina diventano

arte. Un patrimonio che attraversa millenni e che riflette l’essenza della cultura cinese:

precisione, armonia, disciplina, cura del dettaglio.

La tecnologia è ovunque, perfettamente integrata nella quotidianità. I pagamenti sono

completamente digitali, dominati da piattaforme come Alipay e WeChat, si paga tutto

con il teléfono. I QR code sono ovunque, ma è soprattutto nei pagamenti che mostrano

tutta la loro eficacia. Basta scannerizzare un codice o mostrarne uno dal proprio

smartphone per completare una transazione in pochi secondi. Niente contanti, niente

carte, solo immediatezza e semplicità, in un sistema che riduce al minimo tempi e

passaggi.

Tra le mani delle persone e nelle pubblicità compaiono marchi cinesi come Huawei,

Xiaomi e Oppo, segno di una tecnologia nazionale fortemente presente e integrata

nella vita quotidiana.

Una cosa che colpisce é il silenzio. Nelle metropoli come Pechino e Shanghai, gran

parte degli scooter è elettrica. Non è un caso: nelle grandi città cinesi le moto a benzina

sono fortemente limitate o vietate, favorendo la diffusione di veicoli elettrici. Il risultato

è sorprendente, meno rumore e una percezione dell’aria più pulita rispetto a quanto ci

si aspetterebbe.

Ovunque, telecamere, riconoscimento facciale, logistica ultra efficiente, consegne

rapidissime, robot negli hotel. Una società che ottimizza, accelera e semplifica. Il

passaporto diventa la chiave d’accesso: viene scannerizzato per entrare quasi ovunque,

in un sistema dove tutto passa da identificazioni rapide e tracciabili. Ne emerge unasensazione doppia, di

controllo diffuso ma anche di precisione e fluidità organizzativa

quasi impressionanti.

Ed è qui che tutto si collega: la stessa precisione vista nei giardini imperiali, la stessa

disciplina delle dinastie, oggi si traduce in tecnologia, organizzazione, velocità.

E la gente…pragmatica, diretta, indipendente. Colpisce la distanza culturale: poco

inglese, pochi riferimenti esterni. Una società che sembra bastare a sé stessa. Eppure

funziona. E funziona bene.

Parlando con una guida, ho ritrovato conferma di un aspetto che già conoscevo: il

cosiddetto sistema di “credito sociale”. Non è un punteggio unico per tutti, come

spesso si pensa, ma un insieme di sistemi e registri che valutano l’affidabilità di persone

e aziende sulla base di comportamenti concreti, dal rispetto delle leggi alla puntualità

nei pagamenti, con meccanismi di premi e restrizioni. Un approccio che, ancora una

volta, riflette una logica molto pragmatica e orientata al funzionamento della società.

La medicina tradizionale ha accompagnato il mio viaggio con massaggi decisi, efficaci.

Da vestiti, senza troppi rituali, senza perdere tempo. Funzionano. E forse è proprio qui

che si chiude il cerchio. Perché una delle cose che questo viaggio mi ha lasciato è

proprio il pragmatismo. Nella precisione dei gesti, nell’organizzazione, nel modo diretto

di affrontare le cose. Una società che non sembra avere bisogno di confrontarsi con

l’esterno per sentirsi completa.

Altra cosa che mi resta di questo viaggio in una piccola parte di Cina è l’equilibrio

continuo tra passato e futuro, tra impero e tecnologia, tra disciplina e bellezza. Un

paese che non si lascia capire subito, ma che rimane addosso nei dettagli, nelle

abitudini quotidiane, nei ritmi.

E ancora una volta, non è stato solo un viaggio tra luoghi, ma un modo per osservare

come certe cose funzionano in modo diverso: alcune dinamiche di organizzazione, di

gestione del tempo, di attenzione all’ordine quotidiano che fanno venire da riflettere su

quanto tutto possa essere più lineare quando è pensato per funzionare.

E da qui il viaggio continua, anche quando è già finito. Al ritorno, la prima cosa che ho

fatto è stata andare a mangiare cinese e rivolgermi in cinese ai venditori del bazar, con

una naturalezza un po’ comica. Un piccolo riflesso che mi porto dietro ogni volta, come

se l’adattamento a un luogo non si spegnesse del tutto quando si riparte.

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