Il 9 e 10 giugno 2026 Papa Leone XIV ha trascorso due giorni a Barcellona, nella tappa catalana del suo viaggio apostolico in Spagna. È arrivato all’aeroporto del Prat il martedì pomeriggio, dopo quattro giornate intense a Madrid, e ha aperto la sua permanenza in città con la preghiera dell’Ora Media nella Cattedrale della Santa Croce eSant’Eulalia. La sera stessa, davanti a circa quarantamila persone riunite nello Stadio Olimpico Lluis Companys, ha guidato una veglia di preghiera chiedendo, con parole semplici, di imparare a custodire l’amore in famiglia, tra amici,sul lavoro, nei social network e anche nei dibattiti politici, perché l’odio possa lasciare il posto alla speranza.
Il giorno dopo, mercoledì 10 giugno, la giornata si è aperta con una visita che non era pensata per le telecamere: il centro penitenziario di Brians 1. Da lì il Papa si è poi spostato a Montserrat per il Rosario nell’Abbazia, ha pranzato con la comunità benedettina, ha incontrato nel pomeriggio le realtà caritative diocesane nella chiesa di Sant’Agostino, e ha chiuso la giornata con la I’ Messa nella Sagrada Famflia, dove ha inaugurato la torre di Gesù Cristo nel centenario della morte diAntoni Gaudf. Un momento storico per la città, perché Barcellona non riceveva la visita di un Papa dai tempi di BenedettoXVI, che consacrò la basilica nel2010.
Ma è alla mattina di Brians 1 che vorrei dedicare queste righe, perché lì è successo qualcosa che mi ha toccato da vicino.
Leone XIV è arrivato al carcere poco prima delle undici. Lo aspettavano numerosi detenuti e volontari riuniti nell’auditorio della struttura. La sala, piena di reclusi e di volontari, si è trasformata in qualcosa difficile da descrivere a parole. Emozione, silenzio, speranza. Due interne hanno preso la parola prima di lui, raccontando storie di fede ritrovata in mezzo al dolore, e il Papa le ha ascoltate con un’attenzione che chi era presente ha descritto come autentica commozione.
Quello che più mi ha colpito, però, è stata la vicinanza. Il Santo Padre è passato in mezzo a noi, si è fermato, ha ascoltato, e mi ha stretto la mano. Un istante piccolo e immenso allo stesso tempo, un gesto quasi privato in mezzo a una giornata storica.
Ha poi preso la parola, alternando spagnolo e catalano, con parole dirette e piene di umanità ed ha parlato anche degli errori, senza minimizzarli ma senza farne un’identità:
“Gli errori della vita non determinano l’identità di una persona. Il passato non condanna il futuro, ci offre invece la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte”.
Sono parole che chi lavora, anche solo qualche ora alla settimana, dentro un carcere, sente di aver già intuito senza saperle dire cosi bene.
Porto ancora con me l’immagine del gruppo di volontari del SEPAP riuniti dopo l’incontro. Persone impegnate, settimana dopo settimana, che fanno della pastorale penitenziaria un ponte reale tra la società e chi è privato della libertà. Non so se sia possibile racchiudere in poche righe cosa abbia significato quel mercoledì, ma so che ci sono luoghi e persone che ti ricordano perché vale la pena dedicare il proprio tempo a quello che conta davvero.
Io faccio volontariato in due centri penitenziari di Barcellona, attraverso il SEPAP, il servizio di pastorale penitenziaria, in collaborazione con la pastorale italiana. È un’attività che porto avanti in silenzio, e non per scelta di stile. Il segreto è parte stessa del lavoro. Quello che si ascolta dentro resta dentro. Per questo motivo, quando qualcuno mi chiede cosa faccia esattamente, rispondo sempre in modo molto generale.
Quello che posso raccontare è la forma del gesto, non il contenuto. Si tratta soprattutto di ascolto. Si va, ci si siede, si parla, a volte di niente, a volte di cose pesanti. Altre volte l’aiuto è molto concreto, accompagnare una persona a sbrigare una pratica burocratica che da dentro è quasi impossibile gestire da sola, oppure procurare un vestito o un paio di scarpe a chi non ha nessuno fuori che possa pensarci. Piccole cose, che fuori dal carcere sembrerebbero scontate, e che dentro diventano invece un segno che qualcuno si è ricordato di te.
Una cosa che ho imparato presto, e che mi sembra importante dire, è che si entra senza sapere cosa quella persona abbia fatto. E non perché manchi curiosità, ma perché non è quello il punto. Spesso non si conosce il reato, e non interessa conoscerlo. Dietro ogni persona che si incontra c’è una storia, spesso complicata, fatta di circostanze che in molti casi non sono state scelte ma subite. Persone che si sono trovate, per ragioni diverse, dentro situazioni da cui poi non sono riuscite a uscire prima che fosse tardi.
Non voglio passare per chi salva nessuno, perché non è così che funziona, e neanche è quello l’obiettivo. Il volontariato in carcere, almeno per come lo vivo io, è semplicemente un gesto di presenza e di ascolto senza giudizio. Si entra, si sta lì, si esce, e l’unica cosa che si lascia è la conferma che qualcuno, da fuori, ha pensato che valesse la pena entrare.
Per questo, ascoltando le parole del Papa quella mattina a Brians 1, ho sentito che stava descrivendo esattamente quello che tante persone, in silenzio, provano a fare ogni settimana in quei luoghi: alzare lo sguardo, e aiutare qualcun altro ad alzarlo.














