L’estate 2026 è considerata l’estate più calda mai registrata in termini di onde di calore, intensità, frequenza e durata. Forse un segnale irrevocabile che qualcosa nel sistema clima-meteo-terra è cambiato significativamente e che dovremo probabilmente imparare ad affrontare con varie azioni, contromisure, progetti.
Ciò che è certo e ormai indiscutibile è che la crisi climatica ha fortemente origine dalle emissioni di CO2conseguenti a una serie di attività umane, prevalentemente la combustione di risorse fossili che per molti, troppi anni abbiamo estratto e bruciato senza considerare che la Terra aveva dei limiti di assorbimento e da un certo punto in avanti il calore generato ha iniziato ad accumularsi nella atmosfera terrestre. E da tempo, ma in questa particolare estate 2026, iniziamo a subire pesantemente le conseguenze.
Da ormai 40 anni la scienza ci ha avvisato di questo pericolo, dal lontano 1970 Aurelio Peccei del Club di Roma scriveva “i limiti dello sviluppo” e in qualche modo prevedeva ciò che sarebbe successo.
Ciò che più preoccupa è che fenomeni di sovra-riscaldamento ed eventi meteo estremi non sono più localizzati in un’area del Pianeta che varia di anno in anno, ormai le zone colpite sono estese a livello globale e in particolare pare quest’anno l’Europa e il Mediterraneo rappresentino un caso limite, seppur anche in altre parti del globo si stanno manifestando eventi inattesi e non previsti, quantomeno non per questi anni bensì solo attorno al 2050. Il Sud America, ad esempio, pur essendo in pieno inverno segnala temperature estive: non ancora gli effetti del Niño attesi per l’autunno, ma certamente un ulteriore segnale.
Pare quindi che il sistema si sia in qualche modo “rotto” e stiamo affrontando situazioni nuove, in anticipo e soprattutto con picchi che lasciano meravigliati anche gli scienziati che pure li avevano previsti da anni.
La domanda è cosa fare per provare a frenare, visto che non è possibile tornare a livelli di normalità climatica così come la intendevamo fino a qualche anno fa e solo per taluni fino a qualche settimana fa.
«D’estate ha sempre fatto caldo» risulta essere una banalità obsoleta, fuori dai tempi e dalla realtà. Vi sono certamente azioni e misure di carattere generale e globale da implementare il più velocemente possibile, non c’è più tempo, qualche anno fa Greta Thumberg scriveva «la nostra casa brucia» ed è stata presa in giro e marginalizzata da un crescente pensiero negazionista, populista e diciamolo pure anche irresponsabile.
Oggi, estate 2026, la nostra casa, la Madre Terra, brucia davvero e noi ci troviamo impreparati ad affrontare situazioni difficili i cui costi a tutti i livelli ancora non abbiamo quantificato, ma che sappiamo essere elevatissimi.
Cosa fare dunque, a livello globale per invertire la rotta sull’economia del carbonio e accelerare tutti i processi per la produzione di energia, di cui abbiamo crescente bisogno, in modo pulito, rinnovabile e soprattutto non clima-alterante, quindi che non produce CO2?
Parliamo di energia, trasporti, agricoltura, alimentazione in senso vasto, per cui solo pochi Paesi hanno iniziato una riconversione verso la sostenibilità ambientale e in modo non ancora intensivo come necessiterebbe.
Taluni a livello politico ed economico affermano che non ci possiamo permettere la sostenibilità ambientale, i costi rischierebbero di distruggere le economie di vari Paesi se non di tutto il mondo.
Bene, ciò che stiamo vivendo in questa estate in Europa, ma non solo, dimostra esattamente il contrario, non ci possiamo assolutamente permettere di NON applicare in ogni attività la sostenibilità ambientale, i costi di incendi, siccità, eventi estremi e quant’altro stiamo vivendo sono infinitamente superiori a quanto avremmo non speso ma “investito” se avessimo coerentemente seguito gli obiettivi della Conferenza sul Clima Parigi 2015 in termini di riduzione delle emissioni e riconversione in chiave sostenibile delle nostre economie. Un tema certamente assai complesso che meriterebbe una approfondita analisi e uno spazio adeguato, ci possiamo/dobbiamo certamente ritornare ma possiamo da subito iniziare a cambiare qualcosa nel nostro modo di vivere e gestire la nostra presenza sulla Terra.
Una prima azione è ripensare il nostro modo di vivere le città, i paesi, il territorio. Per una questione di sopravvivenza, mitigazione, resilienza a ciò che con tutta probabilità diventeranno le nostre estati da qui in avanti.
Abbiamo svoltato un’epoca, quella pre-incandescente e ci avviamo in questo nuovo mondo. Se ne sta parlando in queste settimane, in realtà se ne parla da anni e qualche città/paese ha iniziato alcuni di questi cambiamenti strutturali ma devono diventare priorità nell’agenda della politica e impegno collettivo per tutti noi.
Solo alcuni spunti quindi, ovviamente non esaustivi e che certamente possono essere integrati, ampliati, migliorati.
Importante è però prendere coscienza e iniziare a reagire: mitigare e riconvertire il nostro abitato è una necessità ineludibile.
Mitigare e riconvertire il nostro abitato:
1. Mappare i quartieri più caldi con dati satellitari e sensori al suolo, così da intervenire prima dove il rischio è maggiore.
2. Depavimentare piazze, cortili scolastici, parcheggi e marciapiedi inutilmente cementificati, restituendo spazio a suolo naturale e permeabile.
3. Aumentare gli alberi nelle città e nei paesi e laddove sia possibile piantumare, strade, aree residuali, spazi liberi, affidandosi alla conoscenza: servono specie adatte, spazio sufficiente per le radici, acqua e manutenzione.
4. Creare corridoi d’ombra lungo percorsi pedonali, fermate dei mezzi, scuole, ospedali, mercati e zone molto frequentate.
5. Rendere obbligatori materiali chiari e meno assorbenti per tetti, piazze, parcheggi, edifici pubblici ma anche aziende, supermercati, capannoni e grandi superfici esposte al sole.
6. Trasformare i grandi parcheggi scoperti in aree ombreggiate, con alberi e superfici drenanti, magari utilizzare queste superfici per pannelli fotovoltaici sotto cui parcheggiare come già esiste in alcune piazzole autostradali, cercando di non intaccare zone agricole o spazi liberi con vegetazione spontanea.
7. Proteggere gli edifici più sensibili. Scuole, ospedali, RSA devono avere schermature solari e raffrescamento efficiente anche attraverso un sistema di condizionamento efficace ma non invasivo. Vi sono esempi nella storia anche del nostro paese di una edilizia che prestava molta attenzione al raffrescamento con sistemi naturali, riscopriamo questa sapienza e applichiamola in chiave moderna.
8. Recuperare acqua piovana e tutte le acque riutilizzabili per mantenere vivo il verde urbano anche nei periodi più secchi e per quelle azioni quotidiane che impiegano oggi acqua potabile preziosa che può essere sostituita da queste acque recuperate.
9. Introdurre per legge un test climatico per ogni nuova riqualificazione urbana. Quanta ombra crea? Quanto calore accumula? Quanta superficie impermeabile aggiunge? Quanto sarà vivibile a luglio e agosto alle 15?
10. Cambiare visione soprattutto, pensare che non è un fenomeno passeggero ma considerare gli impatti della nostra quotidianità anche più piccola, su acqua, aria, energia, suolo, natura, paesaggio.
Servono città che nei mesi estivi non diventino piastre roventi, e ogni metro sottratto alle superfici che diventano bollenti può fare la differenza dove il caldo pesa davvero.
Non si tratta di visioni astratte: esempi concreti esistono già. Il FAI ha confermato, nel proprio Bilancio Sociale 2025, l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 35% entro il 2030 e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2040.
Tra gli esempi virtuosi tra i Beni FAI, vale la pena evidenziare Podere Lovara, nelle Cinque Terre, dovel’energia elettrica è prodotta da pannelli fotovoltaici e l’acqua piovana viene raccolta dalle coperture delle case rurali e dai corsi d’acqua naturali, mentre a Monte Fontana Secca, sul Massiccio del Grappa, il sito è stato progettato per essere completamente autosufficiente dal punto di vista energetico e idrico,integrando fonti rinnovabili e tecniche tradizionali.
In questo modo il FAI trasforma i propri Beni in laboratori in cui sperimentare nuovi approcci alla progettazione, gestione e valorizzazione, unendo tecnologie innovative e saperi antichi nel rispetto dei vincoli storico-architettonici:
la dimostrazione che tutela del paesaggio, valore storico e sostenibilità climatica non solo possono convivere, ma diventare insieme un modello replicabile per l’intero Paese.




